-> 25 gennaio 2006 – NABA
Con Anton Vidokle, Viktor Misiano, Charles Esche
Nei decenni scorsi la mostra si è spesso costituita come spazio visivo assoluto, nel quale a prevalere era il momento espositivo dell’opera. Indipendente dal fatto che si proponesse un video, una performance o un’installazione, quello che veniva sottolineato all’interno del suo percorso era la capacità di comunicarne visivamente i contenuti.
Ma negli ultimi anni lo spazio della mostra è cambiato e ha iniziato ad essere pensato sempre più come uno spazio flessibile, nel quale l’artista raccoglie le proprie idee, immagini e riflessioni, divenendo più simile a un luogo di discussione nel quale produrre modelli di relazione, piuttosto che essere una raccolta di rappresentazioni visive definitive. E cioè uno spazio dove la dimensione visiva dell’opera appare sovrana, ma si è trasformato in uno spazio di mediazione e di ri-negoziazione del rapporto tra l’arte e il mondo. Si tratta forse di uno spazio più democratico, in cui gli artisti provano a confrontarsi con il mondo circostante e, in questo senso, si può definire la mostra come uno spazio di dialogo.
Perciò, i temi che saranno affrontati nella tavola rotonda sono: con che modalità e per quali ragioni lo spazio della mostra può o deve essere oggi considerato uno spazio di dialogo? Uno spazio dove la produzione di opere d’arte non può essere disgiunta da un desiderio progettuale dell’artista e da uno suo tentativo di pensare il proprio progetto in relazione al presente. E come il curatore interpreta questa direzione che sembra prendere oggi lo spazio della mostra? Questo può continuare ad essere uno spazio dove curatori e artisti mantengono un dialogo aperto sull’opera d’arte e di cui ridefiniscono, di volta in volta, le regole?
-> 30 marzo 2006 – MiArt, Fiera di Milano, Padiglione 15, 30
Con Peter Lewis, Maria Lind, Raimundas Malasauskas
Nel mondo dell’arte internazionale si assiste oggi a una proliferazione di istituzioni quali musei, gallerie, fondazioni, riviste, fiere, residenze per artisti e spazi pubblici dedicati all’attività artistica. Questo comporta anche una definizione sempre più chiara dei compiti che ciascuno di essi svolge per diffondere, promuovere e produrre l’arte contemporanea.
Ma le modalità con cui tali istituzioni si affermano sono date anche da una definizione sempre più precisa delle loro finalità che conduce anche a una crescente settorializzazione, la quale rispecchia fedelmente le regole che governano l’organizzazione più generale della società contemporanea.
E la capacità progettuale dell’artista risulta spesso compressa all’interno di questo tipo di organizzazione. Così come la nascita di nuove sensibilità può seguire modalità diverse da quelle stabilite all’interno delle istituzioni e degli spazi per l’arte.
La necessità di assumere una posizione precisa nel mondo dell’arte fa sì infatti che talvolta, all’interno di queste istituzioni, vadano persi quegli spazi d’azione per l’artista che non sono ancora soggetti a una regolamentazione precisa.
Uno spazio indipendente è invece uno spazio capace di creare le condizioni per produrre nuove attitudini negli artisti e nelle opere d’arte, poiché esso è per sua stessa definizione un luogo in cui le regole che lo governano devono essere ogni volta ripensate dall’artista e dal curatore.
Qual è la rivalità e la quanto il loro costituirsi sia importante per l’arte contemporanea e per il lavoro degli artisti nell’epoca della globalizzazione?
Un’altra questione centrale che si pone è se gli spazi indipendenti possiedono una tipologia ben definita, o se qualunque spazio, anche quelli prima ricordati, può assumere questo ruolo – come è il caso, per esempio, delle Biennali e Triennali che oggi nascono in tutto il mondo- semplicemente modificando la propria struttura? Infine, in che modo gli spazi indipendenti possono contribuire a creare nuovi modelli curatoriali?