by CATHERINE DAVID

Devo dire che per me parlare di documenta X è da un lato ancora molto interessante, dall’altro qualcosa di molto lontano. Così parlerò di documenta cercando di relazionarmi a quello che sto facendo adesso e non riferendomi solo a quel tempo, perché lo spazio è breve, ma si tratta anche di molto tempo fa. Specialmente rispetto al titolo originale di questa serie di conferenze “The Utopian Display”, che naturalmente potrebbe essere esteso ad un punto di vista più problematico. A questo livello dunque avrei potuto parlare di due altre cose. Una forse direttamente connessa con ciò che stiamo facendo in questo momento e che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. Penso al numero di progetti che osservo con particolare attenzione critica. Infatti molto spesso quando vado a vedere dei progetti e/o delle esposizioni ho come la sensazione di essere arrivata troppo presto e ancora non è accaduto niente; oppure di essere arrivata troppo tardi e tutto è già finito. Credo che ciò sia dovuto alla mancanza di comprensione del processo, alla mancanza di comprensione delle possibilità dell’uso dei differenti media e alla mancanza di comprensione che – qualsiasi sia il livello di nostalgia – non possiamo più ritornare ai valori kantiani. Non viviamo più in un tempo in cui i tre fondamenti della rappresentazione classica erano possibili. Intendo: l’unità di tempo, l’unità di spazio e l’unità della storia o unità narrativa. E’ già stato tutto demolito.
Non penso che sia una pura coincidenza quando vedo che la maggior parte dei progetti contemporanei più stimolanti stanno completamente e quasi sistematicamente demolendo questi tre fondamenti. Mi riferisco ad un certo numero di proposte molto stimolanti, interessanti e precise di oggi che sono in rapporto con l’ubiquità, con il qui ed ora, e che necessitano di differenti strategie dentro lo spazio tridimensionale dell’esposizione, se vogliamo accettare che, alla fine, una esposizione è una sorta di evento che accade in un certo momento in uno spazio specifico. Naturalmente potremmo discutere di ciò. […]
Così cercherò di introdurre molto brevemente il progetto “Contemporary Arab Representations”, e cercherò di essere sintetica senza però essere riduttiva.
Si tratta di un progetto a cui ho iniziato a lavorare subito dopo Documenta quando ho avuto più spazio e tempo per viaggiare come desideravo. E dapprima devo menzionare il supporto molto generoso e pieno di fiducia da parte della Fondazione Tapies di Barcellona.
L’idea inizialmente era di capire un po’ cosa stava succedendo in un vasto spazio geo-culturale e politico, che molto raramente è visibile e soprattutto, naturalmente, dopo l’11 settembre. Ho iniziato il progetto e la ricerca quattro anni prima. L’11 settembre mi trovavo a Beirut ed è stata un’esperienza straordinaria poiché ho visto le cose in modo molto differente rispetto ai miei amici, alla mia famiglia e ad altre persone in altri luoghi. Ma nondimeno dopo l’11 settembre volevo capire per prima cosa perché una cultura contemporanea, forse dovremmo dire certe culture contemporanee non sono mai state mostrate precisamente, propriamente. E penso di aver capito un po’ dei molti pregiudizi politici e culturali, ma non è tutto. Volevo capire e cercare di vedere come possiamo trovare delle alternative, anche se dobbiamo essere modesti, alternative molto piccole e limitate rispetto alla complessità della situazione. Credo comunque che all’inizio non avevo un’idea. Leggendo, viaggiando, incontrando gente questa idea si è poi confermata, cioè di cercare di rendere possibile il consolidamento di piattaforme critiche che esistono nel mondo arabo e qualche volta da lungo tempo, ma che sono sistematicamente ignorate, negate, smantellate (qualche volta violentemente smantellate) e cercare di vedere come un certo numero di idee, progetti, testi possono circolare in tempo reale. Sarebbe del tutto ingiusto dire che non sappiamo che abbiamo un certo numero di testi, film o idee straordinari che circolano, ma molto spesso sono di 15 anni fa. Ciò è dovuto al ritardo della traduzione, al tempo di assorbimento, e al molto raro accesso alle discussioni e ai dibattiti immediati, contemporanei. E quando fai questo capisci che c’è un’estrema complessità, un’estrema diversità delle discussioni, delle riviste, delle rappresentazioni e naturalmente ti accorgi immediatamente che molto di ciò non ha niente a che fare con l’islamismo radicale, anche se io non amo usare il termine “radicale” perché penso sia un modo per ignorare i problemi politici. E’ chiaro che ci sono figure preminenti e produzione, ma ciò che è meno chiaro è perché le cose non circolano in tempo reale, così correntemente come potrebbero circolare tra Londra e Düsseldorf. E questo problema aumenta molto per il fatto che la cattiva circolazione e la cattiva comunicazione accadono e a volte peggiorano tra differenti paesi così che si ha un vero grave deficit in termini di circolazione di idee, di immagini e progetti tra differenti paesi, e naturalmente molte sono le ragioni di questo. Anche quando viaggi tra Beirut e Damasco (sono soltanto un’ore e trenta minuti in macchina) vedi che la gente non ha informazioni. Ti chiedono informazioni per un programma a Damasco. Ciò significa comunque che a volte i libanesi non vogliono necessariamente inviare informazioni o testi a Damasco.
Voglio anche dire, perché credo che sia molto semplice da capire e da spiegare, il motivo per cui ho voluto l’espressione “Contemporary Arab Representations”, e non “Contemporary Art” nel mondo Arabo. Penso infatti che questa nozione sia molto più corrispondente a ciò che io vorrei identificare come segmenti specializzati del consumismo culturale nell’arte contemporanea di un certo numero di opere descrittive. Se tu hai a che fare con le culture dell’arte contemporanea capisci che l’arte contemporanea è veramente e realmente problematica da identificare. Se vado alla ricerca di arte contemporanea con in mente certe categorie so quello che troverò: troverò per esempio un certo numero di opere prodotte dagli studenti nel Dipartimento di Visual Arts all’Università americana del Cairo o di Beirut, e ciò significa un certo numero di segmenti d’elite.
Se vai in Palestina, al momento dubito che si possano trovare molte opere identificabili secondo questo parametri e ciò per ovvii problemi economici e per ragioni sociali. E oltre a questo dipende dalla propria responsabilità, da cosa si vuole fare: se si preferisce partecipare alla normalizzazione di certi segmenti dell’elite araba o se si preferisce contribuire alla visibilità di un più largo segmento della cultura o delle attività culturali. E proprio in tale senso preferisco dire “Contemporary Arab Representations”. “Arab” è molto importante anche se sono del tutto consapevole che tale termine è estremamente delicato e problematico per il fatto che potrebbe essere inteso come un tentativo di re-essenzializzazione in un momento in cui non abbiamo bisogno di essenzazializzare ancora di più l’immagine araba. Ma penso anche che alcune persone vorrebbero allontanarsi e liberarsi da una qualsiasi identificazione araba.
E se vuoi dire che il mondo arabo è pieno di tensioni, lotte, conflitti, differenze e antagonismi, non tutto è unificato, non tutti vanno nella stessa direzione e se guardi agli ultimi venti anni si vede una collezione di trattati. Una mancanza di sostegno fra un paese e l’altro. Non è un mondo meraviglioso, su questo sono d’accordo.[…] Il fatto più importante, ovunque si vada nel mondo arabo, è che si possono sentire differenti dialetti, ma la gente legge poi la stessa lingua. Ed è estremamente necessario dal mio punto di vista, al momento, dire di no, dire che non esiste un mondo arabo.

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